ALTERAZIONE VITA QUOTIDIANA

Spetta al giudice accertare, con onere della prova a carico del familiare della persona danneggiata, se, a seguito del fatto lesivo, si sia determinat
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ALTERAZIONE VITA QUOTIDIANA
12 aprile 2018

ALTERAZIONE VITA QUOTIDIANA

Spetta al giudice accertare, con onere della prova a carico del familiare della persona danneggiata, se, a seguito del fatto lesivo, si sia determinato uno sconvolgimento delle normali abitudini tale da imporre scelte di vita radicalmente diverse  

Lo sconvolgimento della vita relazionale e la fine di quella sessuale della moglie del danneggiato, con lo stessa convivente a causa dall'evento lesivo, può essere presunto alla luce della gravità e dell'irreversibilità delle lesioni subite dal marito, non solo nella sfera strettamente sessuale, ma anche nello svolgimento delle normali attività, in ragione delle incontinenza, con conseguente incidenza sul suo stato psicologico (circostanza presumibile e non contestata dalle controparti).
 
Tribunale Milano Sez. I, Sent., 02-03-2018
 
 
REPUBBLICA ITALIANA
 
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
 
TRIBUNALE DI MILANO - Sezione PRIMA CIVILE
 
Il Tribunale, nella persona della dott. Paola Maria Gandolfi
 
ha pronunciato la seguente
 
SENTENZA
 
nella causa civile di I Grado iscritta al N. 13135/2013 R.G. promossa da:
 
V.M. (c.f. (...)), con il patrocinio degli avv. ZAMBON PAOLO e USSEGLIO LAVIRETTA MARCO BENITO ((...)) VIA DON E. CATTANEO, 2 20025 LEGNANO;,
 
ATTORE;
 
F.R.V. (c.f. (...)), con il patrocinio degli avv. ZAMBON PAOLO e USSEGLIO LAVIRETTA MARCO BENITO ((...)) VIA DON E. CATTANEO, 2 20025 LEGNANO;,
 
ATTORE;
 
contro:
 
A.V. (C.F.), con il patrocinio dell'avv. FONTANA ANDREA e
 
CONVENUTO
 
AZ. O.O. (C.F. (...)), con il patrocinio dell'avv. FONTANA ANDREA e
 
CONVENUTO
 
Con la chiamata di
 
G.A. s.p.a., con l'avv. Domenico Nitopi
 
Svolgimento del processo
Con atto di citazione notificato il 21/2/13 V.M. chiamava in giudizio il dott. A.V. e l'Azienda O.O. per sentirli dichiarare responsabili dei danni causatigli dalla erronea diagnosi di Adenocarcinoma G effettuata all'esito di biopsia prostatica in data 23/11/10. Di conseguenza, l'attore si era sottoposto, presso una struttura terza ad intervento chirurgico di prostectomia radicale con linfadenectomia pelvica, con grave compromissione permanente del valore persona. Poiché le risultanze delle analisi anatomopatologiche svolte durante l'intervento contrastavano con quelle del referto dei convenuti, l'attore sottoponeva a nuovo esame istologico i "vetrini" degli esami effettuati a Legnano, da cui emergeva la non evidenza della diagnosticata neoplasia maligna.
 
Alle pretese risarcitorie del sig. M., si univano, nel medesimo atto, quelle della moglie F.R.V., che lamentava la lesione della sua sfera sessuale ed affettiva a causa della compromissione della impotenza coeundi residuata al marito all'esito dell'intervento rivelatosi inutile.
 
Si costituivano i convenuti rilevando come i postumi lamentati dall'attore fossero conseguenza della errata tecnica chirurgica adottata dalla struttura terza, Casa Multimedica di Castellanza, nei confronti della quale chiedevano l'estensione del giudizio. Il dott. V. chiedeva altresì di essere autorizzato alla chiamata della G.A., ai fini dell'esercizio nei suoi confronti della c.d. Garanzia impropria.
 
Il G.I. autorizzava la sola chiamata dell'Istituto assicuratore, ritenendo inopportuna l'estensione del contraddittorio nei confronti di un soggetto rispetto al quale l'attore nulla lamentava.
 
Si costituiva G., sottolineando l'indicazione terapeutica alternativa del referto del dott. V. e lamentando come la Multimedica non avesse ritenuto, all'atto del ricovero avvenuto tre mesi dopo, di effettuare ulteriori esami alla prostata. Ne conseguiva l'assenza di apporto causale della condotta dei convenuti rispetto ai lamentati danni, anche considerato che parte delle conseguenze negative lamentate da M. ben poteva essere conseguenza dell'insuccesso dell'intervento chirurgico.
 
La terza chiamata sottolineava l'onere probatorio gravante sull'attore in relazione al nesso causale ed alla sussistenza ed entità dei danni. Infine G. richiamava le clausole assicurative, a "secondo rischio", il massimale di polizza e la non copertura per spese legali.
 
Veniva disposta ed esperita CTU medico legale, all'esito della quale, intervenuta la sostituzione del G.I., il nuovo istruttore riteneva opportuna una più articolata risposta dei consulenti in ordine ai residuati permanenti, rispetto alle condizioni preesistenti di M.. Infine, all'udienza del 10/10/17 la causa veniva assunta in decisione.
 
Motivi della decisione
I convenuti non contestano la propria legittimazione passiva, fondando le difese essenzialmente sotto il profilo della carenza di nesso causale tra la diagnosi effettuata presso l'Azienda O., oggi A.O.M., né chiedeno particolari qualificazioni della causa petendi.
 
In ogni caso può essere utile richiamare la giurisprudenza di questo Tribunale, già espressa in varie pronunce -alle quali si fa rinvio per una più compiuta ricostruzione dello statuto della responsabilità sanitaria dopo l'entrata in vigore della cd legge Balduzzi (v. in particolare Trib. Milano sent. n. 9693 del 17 luglio 2014, in Foro It. 2014, 11, I, 3294)- fondata sull'ambito applicativo e l' interpretazione dell'art. 3 comma 1 L. n. 189 del 2012 che si ritiene preferibile (come esplicitato nella suddetta sentenza richiamata). Alla luce della stessa, l'articolato sistema della responsabilità civile in ambito sanitario può essere così sintetizzato:
 
- l'art. 3 comma 1 della legge Balduzzi non incide né sul regime di responsabilità civile della struttura sanitaria (pubblica o privata) né su quello del medico che ha concluso con il paziente un contratto d'opera professionale (anche se nell'ambito della cd attività libero professionale svolta dal medico dipendente pubblico): in tali casi sia la responsabilità della struttura sanitaria (contratto atipico di spedalità o di assistenza sanitaria) sia la responsabilità del medico (contratto d'opera professionale) derivano da inadempimento e sono disciplinate dall'art. 1218 c.c., ed è indifferente che il creditore/danneggiato agisca per ottenere il risarcimento del danno nei confronti della sola struttura, del solo medico o di entrambi;
 
- il richiamo nella norma suddetta all'obbligo di cui all'art. 2043 c.c. per l'esercente la professione sanitaria che non risponde penalmente (per essersi attenuto alle linee guida), ma la cui condotta evidenzia una colpa lieve, non ha nessun riflesso sulla responsabilità contrattuale della struttura sanitaria, che ha concluso un contratto atipico con il paziente (o, se si preferisce, è comunque tenuta ex lege ad adempiere determinate prestazioni perché inserita nel S.S.N.) ed è chiamata a rispondere ex art. 1218 c.c. dell'inadempimento riferibile direttamente alla struttura anche quando derivi dall'operato dei suoi dipendenti e/o degli ausiliari di cui si è avvalsa (art. 1228 c.c.);
 
- il tenore letterale dell'art. 3 comma 1 della legge Balduzzi e l'intenzione del legislatore conducono a ritenere che la responsabilità del medico (e quella degli altri esercenti professioni sanitarie) per condotte che non costituiscono inadempimento di un contratto d'opera (diverso dal contratto concluso con la struttura) venga ricondotta dal legislatore del 2012 alla responsabilità da fatto illecito ex art. 2043 c.c. e che, dunque, l'obbligazione risarcitoria del medico possa scaturire solo in presenza di tutti gli elementi costitutivi dell'illecito aquiliano (che il danneggiato ha l'onere di provare);
 
- in ogni caso l'alleggerimento della responsabilità (anche) civile del medico "ospedaliero", che deriva dall'applicazione del criterio di imputazione della responsabilità risarcitoria indicato dalla legge Balduzzi (art. 2043 c.c.), non ha alcuna incidenza sulla distinta responsabilità della struttura sanitaria pubblica o privata (sia essa parte del S.S.N. o una impresa privata non convenzionata), che è comunque di tipo "contrattuale" ex art. 1218 c.c. (sia che si ritenga che l'obbligo di adempiere le prestazioni per la struttura sanitaria derivi dalla legge istitutiva del S.S.N. sia che si preferisca far derivare tale obbligo dalla conclusione del contratto atipico di "spedalità" o "assistenza sanitaria" con la sola accettazione del paziente presso la struttura);
 
- se dunque il paziente/danneggiato agisce in giudizio nei confronti del solo medico con il quale è venuto in "contatto" presso una struttura sanitaria, senza allegare la conclusione di un contratto con il convenuto, la responsabilità risarcitoria del medico va affermata soltanto in presenza degli elementi costitutivi dell'illecito ex art. 2043 c.c. che l'attore ha l'onere di provare;
 
- se nel caso suddetto oltre al medico è convenuta dall'attore anche la struttura sanitaria presso la quale l'autore materiale del fatto illecito ha operato, la disciplina delle responsabilità andrà distinta (quella ex art. 2043 c.c. per il medico e quella ex art. 1218 c.c. per la struttura), con conseguente diverso atteggiarsi dell'onere probatorio e diverso termine di prescrizione del diritto al risarcimento; senza trascurare tuttavia che, essendo unico il "fatto dannoso" (seppur distinti i criteri di imputazione della responsabilità), qualora le domande risultino fondate nei confronti di entrambi i convenuti, essi saranno tenuti in solido al risarcimento del danno a norma dell'art. 2055 c.c. (cfr., fra le altre, Cass. 16/12/2005, n. 27713).
 
Quanto alla struttura ospedaliera, come noto, secondo l'insegnamento consolidato della giurisprudenza avallato dalle Sezioni Unite della Cassazione (sent. 1/7/2002 n. 9556 e sent. 11/1/2008 n. 577), il rapporto che lega la struttura sanitaria (pubblica o privata) al paziente ha fonte in un contratto obbligatorio atipico (cd contratto di "spedalità" o di "assistenza sanitaria"), che si perfeziona anche sulla base di fatti concludenti - con la sola accettazione del malato presso la struttura (Cass. 13/4/2007 n. 8826) - e che ha ad oggetto l'obbligo della struttura di adempiere sia prestazioni principali di carattere strettamente sanitario sia prestazioni secondarie ed accessorie (fra cui prestare assistenza al malato, fornire vitto e alloggio in caso di ricovero ecc.).
 
Ed invero, a norma dell'art. 1228 c.c., il debitore che per adempiere si avvale dell'opera di terzi risponde anche dei fatti dolosi o colposi di costoro.
 
Pertanto, a fronte dell'inadempimento dedotto dall'attore - come causa del danno di cui chiede il risarcimento - è onere del debitore convenuto (struttura sanitaria) provare di aver esattamente adempiuto le sue prestazioni o che il danno lamentato da controparte non gli è imputabile.
 
In particolare, nei giudizi di risarcimento del danno causato da attività medica, l'attore ha l'onere di allegare e di provare l'esistenza del rapporto di cura, il danno ed il nesso causale, mentre ha l'onere di allegare (ma non di provare) la colpa del medico; quest'ultimo, invece, ha l'onere di provare che l'eventuale insuccesso dell'intervento, rispetto a quanto concordato o ragionevolmente attendibile, è dipeso da causa a sè non imputabile (Cass. n. 17143/2012).
 
Pertanto, è il danneggiato che agisce per l'affermazione della responsabilità del medico, che ha l'onere di provare la sussistenza di un valido nesso causale tra fatto del sanitario e danno. Solo fornita tale prova in merito al nesso di causalità, è onere del medico, ai sensi dell'art. 1218 c.c., dimostrare la scusabilità della propria condotta (Cass. 12686/2011).
 
Anche recentemente il S.C ha riaffermato che "in tema di responsabilità per attività medico-chirurgica, l'attore deve provare l'esistenza del rapporto di cura, del danno e del nesso causale e solo allegare la colpa del medico, sul quale incombe l'onere di dimostrare che l'eventuale insuccesso dell'intervento, rispetto a quanto concordato o ragionevolmente attendibile, sia dipeso da causa a sé non imputabile (Cass. 21177/15).
 
Non va tuttavia dimenticato che ove la responsabilità medica venga invocata a titolo contrattuale, la distribuzione, "inter partes", dell'onere probatorio riguardo al nesso causale deve tenere conto della circostanza che la responsabilità è invocata in forza di un rapporto obbligatorio corrente fra le parti ed è dunque finalizzata a far valere un inadempimento oggettivo, pertanto appare sufficiente che il paziente-creditore alleghi l'inadempimento del debitore, astrattamente idoneo a provocare il danno lamentato, "rimanendo a carico del debitore dimostrare o che tale inadempimento non vi è stato ovvero che, pur esistendo, esso non è stato eziologicamente rilevante" (Cass. Sez. Un. 11/1/2008 n. 577, conf. Cass. 20547/14).
 
La S.C. ha poi precisato che "in tema di responsabilità professionale del medico, il nesso causale sussiste anche quando, attraverso un criterio necessariamente probabilistico, si possa ritenere che l'opera del medico, se correttamente e prontamente prestata, avrebbe avuto fondate possibilità di evitare il danno" (Cass. 10060/10).
 
Anche laddove, come nel caso che ci occupa, si alleghi un concorso di fattori causali va richiamato quanto disposto dall'art. 41 c.p., in virtù del quale il concorso di cause preesistenti, simultanee o sopravvenute, anche se indipendenti dall'azione del colpevole, non esclude il rapporto di causalità tra delle cause e l'evento, essendo lo stesso riconducibile a tutte, tranne che si accerti l'esclusiva efficienza causale di una di esse.
 
Ora, il danneggiante ha interesse ad invocare la responsabilità di terzi, anche ai fini dell'estensione del contraddittorio, soltanto se può dimostrare l'interruzione del nesso causale tra la propria responsabilità tra la propria condotta e l'effetto dannoso, e quindi che lo stesso è stato determinato dalla eccezionale efficienza causale della sopravvenuta condotta altrui.
 
I convenuti e G. lamentano che non sarebbe stato preso in considerazione, anche ai fini della chiamata della Multimedica, la circostanza che all'atto delle dimissioni la cartella era accompagnata da un atto integrativo del seguente tenore "in considerazione dell'esito delle biopsie prostatiche (adenocarcinoma G 2, 3+3 Gleason presente in entrambi i lobi prostatici, v. allegati) si formula diagnosi definitiva di neoplasia prostatica (PSA 9.235). Oltre a quanto indicato nella lettera consegnata al momento delle dimissioni, si pone l'indicazione all'intervento di prostatectomia radicale o, in alternativa, al trattamento radioterapico. Al paziente verranno illustrate in dettaglio le procedure terapeutiche consigliate ed il paziente sarà invitato a prendere una decisione in occasione di visita di controllo presso Ambulatorio di urologia oncologica da effettuarsi dopo esecuzione RX torace in due proiezioni ed ecografia addome completo" (doc. 1 conv.).
 
Rileva il Tribunale come appaia indicata innanzitutto l'esecuzione di un intervento di prostatectomia radicale (e solo in alternativa la radioterapia, comunque invasiva e parzialmente a rischio di rendere "friabile" l'organo, con necessità comunque di intervento) e non risulta assolutamente indicato il rifacimento di biopsia prostatica, essendo la diagnosi qualificata come definitiva.
 
Non pare quindi che la struttura terza, cui M. si è rivolto per l'intervento, trovasse nella lettera integrativa alcuna indicazione nel senso di effettuare nuovamente l'indagine bioscopia, provenendo la diagnosi, qualificata come definitiva, da un ospedale pubblico assolutamente qualificato. I convenuti, peraltro, non offrono prova alcuna che in tal senso esistessero linee guida accreditate o comunque almeno buone prassi mediche generalmente praticate.
 
Inoltre, ove anche il successivo intervento abbia determinato lesioni specifiche per malpractice medica (e non per la sola riduzione del valore persona conseguente ad una operazione riuscita ma non necessaria), non verrebbe interrotto il nesso causale. L'intervento chirurgico in questione era vicenda del tutto prevedibile e tipica all'esito della diagnosi del dott. V. e si inseriva del tutto legittimamente nella serie causale originata dall'azione offensiva rappresentata dalla errata diagnosi definitiva di neoplasia prostatica e lo stesso ipotizzato errore professionale dei sanitari successivamente operanti non rappresenta di per sé fatto del tutto imprevedibile o inverosimile.
 
Ritenuto quindi sussistente un nesso causale tra la diagnosi del dott. V. e le conseguenze del successivo intervento chirurgico l'attività istruttoria sulla responsabilità dei convenuti si è incentrata sulla CTU medico-legale collegiale, che ha potuto esaminare e valutare l'ampia documentazione prodotta dalle parti.
 
Ora, "la consulenza tecnica di ufficio, non essendo qualificabile come mezzo di prova in senso proprio, perché volta ad aiutare il giudice nella valutazione degli elementi acquisiti o nella soluzione di questioni necessitanti specifiche conoscenze, è sottratta alla disponibilità delle parti ed affidata al prudente apprezzamento del giudice di merito. Questi può affidare al consulente non solo l'incarico di valutare i fatti accertati o dati per esistenti (consulente deducente), ma anche quello di accertare i fatti stessi (consulente percipiente), ed in tal caso è necessario e sufficiente che la parte deduca il fatto che pone a fondamento del suo diritto e che il giudice ritenga che l'accertamento richieda specifiche cognizioni tecniche" (così ex multis, Cass. 6155/09).
 
Ed in particolare, "in caso di accertamento della responsabilità medico-chirurgica, attesa l'innegabilità delle conoscenze tecniche specialistiche necessarie non solo alla comprensione dei fatti, ma alla loro stessa rilevabilità, la consulenza tecnica presenta carattere "percipiente", sicché il giudice può affidare al consulente non solo l'incarico di valutare i fatti accertati, ma anche quello di accertare i fatti medesimi, ponendosi pertanto la consulenza, in relazione a tale aspetto, come fonte oggettiva di prova" (Cass. 4792/13).
 
Ora, sotto il profilo dell'an, va considerato che i vetrini della biopsia effettuata dai convenuti (e non gli esiti bioptici assunti in corso di operazione chirurgica) sono stati visionati da un anatomopatologo, il dott. B. della A.S., che concorda con le valutazioni effettuate dall'Istituto Nazionale dei Tumori di Milano, cui si era rivolto l'attore, secondo cui i risultati dell'esame istologico sono negativi per neoplasia.
 
Ne consegue che M., alla luce degli esiti degli esami fatti presso l'Ospedale Civile di Legnano (erroneamente interpretati) non aveva alcuna necessità di essere sottoposto ad intervento di RRP in quanto non affetto da carcinoma prostatico.
 
I CTU hanno escluso che, all'esito della diagnosi come formulata dai convenuti, fosse consigliabile una semplice sorveglianza attiva, senza terapia, rispetto alla quale le linee guida EAU non danno indicazione univoca, ed infatti, ove la diagnosi fosse stata corretta, le alternative proposte, entrambe invasive e distruttive, erano esclusivamente la rimozione chirurgica della protesi o la radioterapia.
 
Parte attrice ha ragionevolmente optato per tale prima opzione, con le conseguenze di riduzione del valore persona insite in un intervento così demolitorio.
 
Va pertanto accertata la responsabilità della struttura sanitaria convenuta nonché quella del dott. V. ex art. 2043 c.c., risultando evidente l'imperizia nell'esecuzione e controllo degli esiti della biopsia e l'imprudenza nelle conclusioni diagnostiche.
 
Pertanto i convenuti (responsabili a diverso titolo) debbono essere condannati, in via tra loro solidale, a rifondere all'attore i danni subiti in conseguenza della rimozione radicale della prostata, intervento non necessario alla luce delle effettive condizioni di salute dell'attore.
 
Danno non patrimoniale
 
La RRP è un intervento di chirurgia maggiore, che comporta l'asportazione dell'intera prostata, delle vescicole seminali e può essere seguita da linfectomia regionale. Le conseguenze di siffatto intervento sono ben note, anche in caso di corretta esecuzione: oltre alla impotentia generandi, l'incontinenza urinaria, le stenosi uretrali e del neocollo ed un deficit erettile, che si verifica nella totalità dei casi se l'intervento non risparmia i nervi erigentes e nel 50% dei casi degli interventi con "nerve sparing".
 
L'incontinenza urinaria è conseguenza descritta nel 4-50% dei casi per perdite lievi e nel 0-15,4% per perdite gravi.
 
Nel caso in esame era già presente una stenosi dell'uretra secondaria a pregressi interventi di artroplastica, che i CTU hanno ritenuto probabilmente lievemente peggiorata.
 
Peraltro nel corso dell'intervento è emersa l'esistenza di un voluminoso diverticolo sito sulla parete laterale, che è stato rimosso, come consigliato dalla scienza medica, con conseguente miglioramento delle condizioni del paziente.
 
Secondo i CTU l'incontinenza determinatasi all'esito dell'intervento andrebbe definita come media e valutata nel 15%, mentre al deficit erettile è stata attribuita una valutazione attorno al 20%, in considerazione che il baréme della società I. medicina legale e delle assicurazioni propone in proposito un range del 15-30%.
 
Il deficit erettivo è stato infatti assoluto, accompagnato dalla impotentia generandi, correttamente ritenuta marginale, considerata l'età di M. (65 anni al momento dell'intervento) e la diminuzione del valore persona, preso in considerazione anche l'aggravamento della stenosi uretrale preesistente è stato considerato nel 30-33%.
 
In proposito, questo giudice ha ben considerato le osservazioni dei CTP, soprattutto laddove rilevano come il baréme utilizzato dagli stessi CTU quantificherebbe gli esiti di una prostatectomia radicale nel 10-20%, indicando che la valutazione deve comprendere le eventuali sequele, quali disturbi sessuali o incontinenza e considerare l'età del paziente; mentre eventuali complicanze di natura sessuale o urinaria devono essere valutate autonomamente integrando la percentuale indicata.
 
La risposta dei CTU alla integrazione del quesito, effettuata al fine di avere chiarimenti in proposito, tenuto anche conto della situazione preesistente del sig. M., appaiono non del tutto convincenti, ma dato il tempo trascorso dall'introduzione del giudizio non pare di poter ulteriormente sottoporre la questione al parere tecnico dei CTU o di altri consulenti, né le considerazioni dei CTP in proposito risultano tali da fornire un utile orientamento al Tribunale per disattendere le conclusioni dei periti d'ufficio.
 
Ora, parrebbe fondata la pretesa dei CTP di tenere in considerazione che il sig. M., pur se non affetto da carcinoma prostatico soffriva comunque di prostatite cronica associata a focolai di PIN (neoplasie intra epiteliali) di basso ed alto grado. Siffatto quadro clinico avrebbe suggerito una fase di follow up clinico, che però ben avrebbe potuto sfociare in futuro nella necessità di un intervento demolitore. Certo di tale evenienza, meramente potenziale, non può tenersi conto in via diretta, tuttavia, l'età e le condizioni cliniche pregresse del paziente suggerirebbero una valutazione prudenziale, quantomeno delle conseguenze di disfunzione erettile e in relazione al dedotto aggravamento della stenosi uretrale di cui non vi è prova clinico strumentale.
 
Il Tribunale rileva come tuttavia, i CTP, pur offrendo osservazioni interessanti sul quadro clinico dell'attore, non abbiano fornito adeguati elementi per quantificare le conseguenze della RRP, la cui corretta esecuzione non risulta contestata dall'attore, tenuto anche conto delle complicanze accertate, sotto il profilo dell'incontinenza ed erettile: in concreto non risultano prodotti i baréme cui si fa generico riferimento, e non è offerta un ragionevole criterio per pervenire ad una quantificazione della riduzione del valore persona che si discosti da quella offerta dai CTU (sia pure un po' apoditticamente).
 
Pertanto anche il Tribunale deve considerare, ai fini della liquidazione, un danno permanente pari al 33% del valore persona.
 
Al danno biologico permanente va aggiunto quello temporaneo assoluto, quantificato dai CTU in sei giorni al 100%, 40 giorni al 75% ed ulteriori 40 giorni mediamente al 50%.
 
Ora, nella liquidazione del danno iatrogeno subito dal paziente in conseguenza di un episodio di "malpractice medica" ci si deve muovere avendo come base il criterio equitativo rappresentato dalla tabella elaborata dal Tribunale di Milano, ritenuta applicabile, anche dalla giurisprudenza di legittimità, in tutti i casi in cui non si rinviene nell'ordinamento un criterio legale di liquidazione del danno alla persona (cfr. Cass. 12408/11). Trattandosi per l'appunto di un criterio equitativo per la liquidazione alla data della sentenza, si deve fare riferimento alle tabelle aggiornate ad oggi (che tengono conto di molteplici fattori, tra cui il mutato valore della moneta).
 
Pertanto, considerata l'età dell'attore al momento dell'intervento lesivo (quasi 65 anni) il danno permanente può essere quantificato in Euro 150.474,00. Come è noto, le così dette "tabelle milanesi" inglobano sia il pregiudizio alla salute strettamente inteso (danno biologico in senso stretto) sia la sofferenza soggettiva del danneggiato.
 
Quanto all'invalidità temporanea, sempre alla luce dei criteri tabellari sopra menzionati, si stima equo liquidare l'importo di Euro 130,00 al giorno, per complessivi Euro 7.280,00.
 
Alla luce delle considerazioni sopra effettuate non si ritiene di dover operare una c.d. personalizzazione del danno, essendo anche le conseguenze gravemente afflittive (comportanti maggiore gravosità nell'espletare le normali attività della vita quotidiana e delle relazioni affettive come sottolineato dalla difesa di parte attrice) evidentemente considerate dai CTU nella valutazione della complessiva compromissione del valore persona.
 
Danno patrimoniale.
 
I CTU hanno ritenuto congrue e documentate spese di 1.868,00 per parere medico legale ed Euro 161,81 per consulenza di parte sui "vetrini" provenenti dalla A.L., da rapportarsi al valore attuale della moneta ottenendo Euro 2.119,12.
 
In conclusione, i danni subiti da V.M. ammontano ad Euro 159.873,12, che dovranno essere risarciti dai convenuti, in via tra loro solidale.
 
L'intero danno non patrimoniale è stato liquidato equitativamente - sulla base dei valori monetari espressi nella richiamata tabella ex art. 139 cod. ass.- ai valori attuali della moneta e non deve quindi farsi luogo alla sua rivalutazione.
 
Alla luce dell'insegnamento delle Sezioni Unite della Cassazione (risalente alla sentenza del 17/2/1995 n. 1712), vertendosi in tema di debito di valore non sono dovuti al danneggiato gli interessi legali con decorrenza dall'illecito sul complessivo credito risarcitorio suddetto già rivalutato o liquidato al valore attuale della moneta.
 
Si ritiene tuttavia, in considerazione del lungo lasso di tempo trascorso dall'illecito e delle caratteristiche del danneggiato, che vada riconosciuta all'attore un'ulteriore somma a titolo di lucro cessante provocato dal mancato tempestivo risarcimento del danno da parte del responsabile - e conseguentemente dalla mancata disponibilità dell'equivalente pecuniario spettante alla danneggiata - potendo ragionevolmente presumersi che il creditore, ove avesse avuto la tempestiva disponibilità della somma, l'avrebbe impiegata in modo fruttifero.
 
Ai fini della liquidazione necessariamente equitativa di tale ulteriore voce di danno patrimoniale, non si ritiene di far ricorso al criterio - sovente applicato dalla giurisprudenza - degli interessi legali al saggio variabile in ragione di anno (determinato ex art. 1284 c.c.) da calcolarsi sull'importo già riconosciuto, dapprima "devalutato" fino all'illecito e poi "rivalutato" annualmente con l'aggiunta degli interessi, ovvero sul capitale "medio" rivalutato.
 
Si ritiene preferibile, come sostenuto da talune pronunce di questa Sezione (in quanto più rispondente alla finalità perseguita e scevro da possibili equivoci che possono derivare dall'applicazione ai debiti di valore di istituti previsti dall'ordinamento per i debiti di valuta) adottare per la liquidazione equitativa del lucro cessante in questione un aumento percentuale nella misura risultante dalla moltiplicazione di un valore base medio del 2% -corrispondente all'incirca al rendimento medio dei Titoli di Stato negli anni compresi nel periodo che viene in rilievo- con il numero di anni in cui si è protratto il ritardo nel risarcimento per equivalente. Tale criterio equitativo sembra meglio evitare, da un lato, di far ricadere sul creditore/danneggiato le conseguenze negative del tempo occorrente per addivenire ad una liquidazione giudiziale del danno e, dall'altro, più idoneo a prevenire il rischio che il debitore/danneggiante (la cui obbligazione di risarcire per equivalente il danno diventa attuale dal momento in cui esso si verifica), anziché procedere ad una tempestiva riparazione della sfera giuridica altrui lesa, sia tentato di avvantaggiarsi ingiustamente della non liquidità del debito risarcitorio e della potenziale redditività della somma di denaro dovuta (che resta nella sua disponibilità fino alla liquidazione giudiziale del danno).
 
Nel caso di specie, considerato il tempo trascorso da quando il danno subito dall'attrice si è pienamente verificato (febbraio 2011), l'importo in questione viene dunque equitativamente liquidato attraverso una maggiorazione del 14% dell'intero danno suddetto (già rivalutato) e risulta pari ad Euro 182.255,36.
 
Quindi convenuti in solido tra loro dovranno essere condannati a rifondere a V.M. Euro 182.255,36 su cui decorrono gli interessi al tasso legale, con decorrenza dalla data della presente pronuncia, sino al pagamento effettivo.
 
Danno del coniuge signora F.R.V.
 
Prima di esaminare le domande spiegate dalla signora V. non pare inutile ricordare che la moglie è legittimata ad agire per conseguire il risarcimento dei danni dalla stessa essi subiti a causa di quanto accaduto a V.M..
 
Come rilevato dalla S.C. (sent. 13179/11) "il fatto illecito, al quale è conseguita la lesione del diritto alla salute dell'attrice, sì da impedirle normali rapporti sessuali, è, altresì, lesivo del diritto del marito ad intrattenere rapporti sessuali con la moglie. La lesione di tale diritto, che inerisce ad un aspetto fondamentale della persona, comporta conseguenze dannose risarcibili (cfr. già Cass. 11 novembre 1986, n. 6607; 21 maggio 1996, n. 4671; 17 settembre 1996, n. 8305), ai sensi dell'art. 2059 cod. civ., avendo esse carattere non patrimoniale (dovendosi perciò su questo punto discostare, anche in ragione dell'evoluzione giurisprudenziale, cui si è già fatto cenno, dai precedenti appena richiamati). Inoltre, superando la definizione di danno "riflesso" (di cui pure è detto nei citati precedenti), ed alla stregua dell'orientamento giurisprudenziale oramai consolidato (quanto meno a far data da Cass. S.U. 1 luglio 2002, n. 9556), va affermata la risarcibilità del danno in parola, ex art. 1223 cod. civ., pur sofferto da soggetto diverso da colei che ha subito le lesioni, poiché conseguenza normale dell'illecito, secondo il criterio della ed. regolarità causale.
 
Peraltro la signora V. allega anche un danno da compromissione della relazione complessiva di coppia, che ha determinato un'alterazione della sua vita quotidiana.
 
Spetta al giudice accertare, con onere della prova a carico del familiare della persona danneggiata, se, a seguito del fatto lesivo, si sia determinato uno sconvolgimento delle normali abitudini tale da imporre scelte di vita radicalmente diverse (cfr, sempre per il caso di morte del congiunto, Cass., n. 19402/13).
 
Ancora in via generale non pare inutile ricordare che, come più volte ribadito dalla Suprema Corte, il danno in questione non può considerarsi in re ipsa, in quanto ne risulterebbe snaturata la funzione del risarcimento, che verrebbe ad essere concesso non in conseguenza dell'effettivo accertamento di un danno, che invece va dal danneggiato allegato e provato, secondo la regola generale ex art. 2697 c.c. (v. Cass., 16/2/2012, n. 2228; Cass., 13/5/2011, n. 10527).
 
Con riferimento ai mezzi di prova, si osserva che la prova del danno non patrimoniale può essere invero data anche a mezzo di presunzioni, che in argomento assumono anzi "precipuo rilievo" (v. Cass., Sez. Un., 24/3/2006, n. 6572).
 
Le presunzioni valgono in realtà a sostanzialmente facilitare l'assolvimento dell'onere della prova da parte di chi ne è onerato, trasferendo sulla controparte l'onere della prova contraria (v. Cass., 12 giugno 2006, n. 13546).
 
Costituendo un mezzo di prova di rango non inferiore agli altri, in quanto di grado non subordinato nella gerarchia dei mezzi di prova e dunque non "più debole" della prova diretta o rappresentativa, ben possono le presunzioni assurgere anche ad unica fonte di convincimento del giudice (v. Cass., Sez., Un., 11/11/2008, n. 26972; Cass., Sez, Un., 24/3/2006, n. 6572, Cass., 12/6/2006, n. 13546, Cass., 6/7/2002, n. 9834), costituendo una "prova completa", sulla quale può anche unicamente fondarsi il convincimento del giudice (v. Cass., 12/6/2006, n. 13546).
 
Incombe poi alla parte a cui sfavore opera la presunzione dare la prova contraria idonea a vincerla.
 
Lo sconvolgimento della vita relazionale e la fine di quella sessuale di F.R.V., moglie del danneggiato, con lo stessa convivente a causa dall'evento lesivo, può essere presunto alla luce della gravità e dell'irreversibilità delle lesioni subite dal marito, non solo nella sfera strettamente sessuale, ma anche nello svolgimento delle normali attività, in ragione delle incontinenza, con conseguente incidenza sullo stato psicologico di M. (circostanza presumibile e non contestata dalle controparti).
 
Deve, pertanto, ritenersi provato, per presunzioni, uno sconvolgimento delle abitudini di vita dell'attrice in conseguenza di quanto accaduto a M..
 
Alla luce di tutti i predetti elementi, ritiene il Tribunale di liquidare, in via equitativa, un importo pari ad Euro 20.000,00 in moneta attuale, comprensivo di interessi ad oggi.
 
Azione nei confronti dell'Assicurazione.
 
G.A. s.p.a. è stata chiamata in garanzia impropria dal dott. V. e ha svolto le difese sostanzialmente facendo proprie quelle del chiamante.
 
Quanto alle eccezioni relative al regime di polizza, deve ritenersi che nel momento dell'evento dannoso, l'Ospedale Civile di Legnano operasse in regime di autoassicurazione, sicchè non operano le condizioni contrattuali che, in caso di coesistenza di altre polizze, rendono quelle del medico operative "a secondo rischio".
 
Solo nella comparsa conclusionale la terza chiamata ha rilevato e portato (tardivamente) al contraddittorio altre condizioni di polizza, che non possono qui essere esaminate, dovendo concludersi che G.A. s.p.a. dovrà tenere indenne e manlevato il dott. V. di quanto questi pagherà ai danneggiati in forza della presente sentenza per capitale ed interessi e spese di lite, nei limiti di polizza.
 
Va considerato invero che i convenuti, non svolgendo reciproche manleve non hanno chiesto l'accertamento della quota di responsabilità attribuibile a ciascuno degli obbligati in solido ex art. 2055 c.c. (peraltro operando la presunzione di cui al terzo comma della norma in questione).
 
Le spese seguono la soccombenza e pertanto i convenuti devono essere condannati, in via tra loro solidale, a rifondere agli attori l'importo qui liquidato di Euro 14.000,00 per compensi, oltre accessori di legge e 15% spese generali ed oltre Euro 660,00 per spese. I.G., malgrado l'accoglimento della domanda di manleva, non può essere condannata a rifondere le relative spese al dott. V., considerato il tenore della clausola XI del contratto.
 
Le spese di CTU, nella misura già liquidata dal G.I. in corso di causa, debbono essere poste in via definitiva a carico dei convenuti, in via tra loro solidale.
 
P.Q.M.
Il Tribunale, definitivamente pronunciando sulle domande proposte con atto di citazione notificato il 21/2/13 da V.M. e F.R.V. nei confronti del dott. A.V. e dell'Azienda O.O., ogni altra domanda ed eccezione disattesa:
 
A) dichiara i convenuti responsabili dei danni causati agli attori dalla erronea diagnosi di Adenocarcinoma G effettuata all'esito di biopsia prostatica in data 23/11/10;
 
B) condanna il dott. A.V. e l'Azienda O.O., a rifondere, in via tra loro solidale, a V.M. l'importo di Euro 182.255,36, su cui decorrono gli interessi al tasso legale, con decorrenza dalla data della presente pronuncia, sino al pagamento effettivo;
 
C) condanna i convenuti, in solido tra loro a rifondere a F.R.V. l'importo di Euro 20.000,00 in moneta attuale, comprensivo di interessi ad oggi;
 
D) condanna G.A. s.p.a. a tenere indenne e manlevato il dott. V. di quanto questi pagherà ai danneggiati in forza della presente sentenza per capitale ed interessi e spese di lite, nei limiti di polizza;
 
E) condanna i convenuti V. e Azienda O.O. a rifondere agli attori le spese di lite, come sopra liquidate in Euro 14.000,00 per compensi, oltre accessori di legge e 15% spese generali ed oltre Euro 660,00 per spese vive;
 
F) compensa le spese di chiamata tra V. e G.A. s.p.a.;
 
G) pone a carico definitivo dei convenuti, in via tra loro solidale, le spese di CTU, nella misura già liquidata dal G.I. in corso di causa.
 
Così deciso in Milano, il 1 marzo 2018.
 
Depositata in Cancelleria il 2 marzo 2018.


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